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VANGELO DELL'INFANZIA ARMENO (rel. di F. Demelas)


FACOLTA’ DI TEOLOGIA DI LUGANO
A.A. 2005-2006
Corso T3114SO “Gli apocrifi del Nuovo Testamento. Lettura e commento di brani scelti”.
Docente Prof. Dr. M. Orsatti.
Relazione dello studente Fabrizio Demelas


IL VANGELO DELL’INFANZIA ARMENO

1. L’INFANZIA NASCOSTA.
«Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione» (At 1, 21-22). Può sembrare strano introdurre le nostre considerazioni sui testi che trattano dell’infanzia di Gesù riportando queste parole. Si tratta, infatti, di una breve espressione che Luca mette in bocca a Pietro a proposito della elezione di un successore di Giuda nel collegio apostolico: siamo in tutt’altro momento e in un ben diverso clima. Eppure, se guardiamo bene, alcune di quelle parole sono davvero molto interessanti proprio per il nostro tema. Rileggiamo, in particolare, quell’inciso cui di solito non si bada: incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo. Questa notazione lucana ci dà in qualche modo l’estensione temporale del primo annuncio cristiano, un annuncio, quindi, che non comprende notizie sull’infanzia e la giovinezza di Gesù.
Come sappiamo, il vangelo di Marco si è attenuto a questa indicazione temporale, seguito poi da Giovanni che conclude il suo Prologo proprio introducendo la figura del Battista. Sono, invece, Luca e Matteo i due evangelisti che si fanno carico di trasmettere il “vangelo dell’infanzia”. Lo fanno in due forme apparentemente molto diverse tra loro, certo non dipendenti l’una dall’altra e probabilmente nemmeno da una fonte comune. Questo ci porta a pensare che il “vangelo dell’infanzia” non facesse parte del kerygma primitivo ma si fosse sviluppato poco più tardi entrando, comunque, presto a buon diritto nella catechesi delle prime comunità. Se si bada alla redazione finale del vangelo di Matteo, così come la conosciamo, si nota con chiarezza che i due capitoli iniziali sono parte integrante della composizione, sia per l’aspetto linguistico che per il contenuto. Quanto al racconto di Luca, pure raccolto nei primi due capitoli del suo vangelo, balza all’occhio il carattere squisitamente ebraico delle narrazioni, con una descrizione molto efficace di costumi, idee, personaggi di quel mondo.
Racconti diversi, dunque, quelli di Matteo e Luca ma certo non contraddittori: i punti in comune esistono e sono numerosi. Per non citare che i più macroscopici, pensiamo al concepimento di Maria per opera dello Spirito Santo, al ruolo di Giuseppe, al loro fidanzamento, alla nascita di Gesù sotto il regno di Erode, alla sua discendenza davidica, ai riferimenti a Betlemme e a Nazareth. Tutti avvenimenti o circostanze narrati da entrambi, sebbene con angolature diverse, e da entrambi trattati in modo sobrio e comunque limitato alla nascita e a ciò che accadde immediatamente prima o subito dopo. Matteo, infatti, tace sul lungo periodo che va dal ritorno a Nazareth fino al battesimo di Gesù mentre Luca dice ben poco di più e tace anch’egli dopo il breve racconto di Gesù nel tempio all’età di dodici anni.
La preoccupazione teologica dei due evangelisti è chiara: i racconti dell’infanzia aiutano a comprendere la singolare relazione personale di Gesù con il Padre, spiegano i rapporti tra la sua nascita e l’Antico Testamento, introducono personaggi come i magi per sottolineare la regalità di Gesù oppure si preoccupano, come nel testo di Luca, di evidenziare la particolare vicinanza di Gesù ai poveri attraverso la scena dei pastori.
Restano però almeno due grandi vuoti narrativi: le vicende personali di Maria e Giuseppe prima e in vista del loro incontro, i primi anni di vita e la giovinezza di Gesù. Di questi due periodi si appropriano i vangeli apocrifi dell’infanzia , facendosi carico di fornire dati e notizie, di presentare luoghi e personaggi, di svelare tratti sconosciuti del carattere dei protagonisti.
Le narrazioni, che non mancano di lati del tutto fantastici, si innestano sulla trama comune ai due sinottici senza trascurare anche precise preoccupazioni teologiche. I principali fatti descritti da Luca e Matteo e poi confluiti negli apocrifi sono: le vicende legate alla nascita di Giovanni il Battista (Lc 1, 5-25.57-80), l’annunciazione (Lc 1, 26-38), la nascita di Gesù e l’adorazione dei pastori (Lc 2, 1-20), il rapporto tra Maria e Giuseppe (Mt 1, 18-25), i magi (Mt 2, 1-12), la presentazione di Gesù al tempio con Simeone e Anna (Lc 2, 21-38), la strage degli innocenti, la fuga in Egitto e il ritorno (Mt 2, 13-23), Gesù tra i dottori del tempio (Lc 2, 41-52). Da questi avvenimenti gli autori degli apocrifi prendono spunto per sviluppi ulteriori, sulla scorta, talvolta, di riferimenti anticotestamentari, benché un po’ vaghi o imprecisi. Dal punto di vista più strettamente teologico, è evidente la loro preoccupazione di approfondire o chiarire alcune tematiche, come il mistero del concepimento verginale o la discendenza davidica di Gesù, oppure il problema dei suoi “fratelli” o quello della verginità di Maria anche dopo il parto.
Il risultato non è mai davvero convincente sia là dove vengono esaminati da vicino i personaggi, come nel caso di Maria e Giuseppe presentati come veri e propri protagonisti di storie personali quasi autonome, sia nel ricorso a trovate narrative stravaganti e di dubbio effetto per descrivere un Gesù maldestro come Dio e troppo sopra le righe come uomo. In taluni casi però, è giusto ricordarlo, anche le stravaganze rispondevano a un disegno preciso: l’immagine di Gesù descritto come un bimbo in grado di operare gesti soprannaturali rispondeva, infatti, a una precisa impostazione gnostica secondo cui la fanciullezza era pura apparenza e non limitava in alcun modo l’esercizio di un potere divino illimitato.


2. COME SE FOSSE VANGELO.

Anche per i vangeli apocrifi dell’infanzia i testi sono numerosi. I più noti sono: il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo dello Pseudo-Tommaso, il Vangelo dello Pseudo-Matteo, il Vangelo arabo dell’infanzia di Gesù, il Vangelo dell’infanzia arabo siriaco, il Vangelo dell’infanzia armeno, il Libro sulla natività di Maria, la Storia di Giuseppe il falegname.
Il testo che esamineremo più da vicino è quello del Vangelo dell’infanzia armeno, uno dei prodotti più tardivi di una lunga serie che ha inizio con il Protovangelo di Giacomo, risalente secondo alcuni studiosi al 200 circa e ritenuto uno dei testi base su cui sono state ricalcate le opere successive.
Da un rifacimento del Protovangelo di Giacomo, con alcuni inserimenti del Protovangelo dello Pseudo-Tommaso, nacque un’opera che ebbe ampia diffusione nel Medioevo, intitolata Libro sulla nascita della Beata Vergine e sull’infanzia del Salvatore, poi chiamato da Tischendorf Protovangelo dello Pseudo-Matteo. La caratteristica principale di questo testo sta nell’aver attribuito a Gesù bambino una serie di episodi straordinari in realtà legati a leggende di divinità orientali. L’opera ebbe una vasta eco nel periodo carolingio e nei secoli successivi, influenzando notevolmente l’arte sacra e la letteratura.
Un ulteriore sviluppo è costituito dal Vangelo dell’infanzia arabo siriaco, che deve il suo nome al fatto di esser pervenuto in lingua araba e in lingua siriaca. Si tratta di un apocrifo che narra le vicende di Gesù dalla nascita fino ai dodici anni attingendo ampiamente alle opere preesistenti e aggiungendo alcuni episodi curiosi di propria invenzione.
Finalmente, un ulteriore rimaneggiamento ricco di ampliamenti e aggiunte è il Vangelo dell’infanzia armeno.
Si tratta di un'opera piuttosto ampia, a volte anche prolissa, raccolta in due diversi manoscritti di in lingua armena, conservati presso la biblioteca dei monaci Mechitaristi dell'isola di San Lazzaro a Venezia.
Il testo narra innanzitutto le vicende personali di Maria e Giuseppe prima della nascita di Gesù e poi la sua vita fino all'età di dodici anni. Il fatto che il testo pervenuto sia redatto in lingua armena fa pensare ad una origine nestoriana. Infatti, è noto che nel V secolo gruppi di seguaci di Nestorio furono costretti a rifugiarsi in varie regioni orientali, tra cui l’Armenia, per sfuggire alla condanna per eresia che era stata adottata nei loro confronti dal Concilio di Efeso.
Il testo reca tracce del dibattito di quei tempi sulla duplice natura divina e umana di Gesù; l’esempio più macroscopico è riportato nell'ultimo capitolo: Gesù si trova a colloquio con due soldati e spiega la sua duplice natura con un'affermazione molto originale.
Per quanto riguarda le possibili fonti, il Vangelo armeno riporta ampiamente le opere precedenti: per quasi metà dell'opera ritroviamo sia il Protovangelo di Giacomo sia lo Pseudo-Matteo in particolare per quanto riguarda le notizie sulla nascita e l'infanzia di Maria, la sua educazione al tempio, il matrimonio con Giuseppe, la nascita di Gesù e la visita dei magi. Non mancano influenze di tradizioni diverse con notizie nuove: tra queste ricordiamo la nascita di Gesù fissata al giorno 6 gennaio anziché al 25 dicembre e la limitazione del numero dei magi, definitivamente stabilito proprio con questo testo in tre. Non mancano ancora rimandi ai Vangeli canonici, in particolare a Luca e a Matteo, così come ritroviamo anche particolari assolutamente originali: ad esempio l'ampio spazio riservato al colloquio dell'angelo dell'annunciazione con Maria e la trovata davvero curiosa della fecondazione auricolare.
Secondo le edizioni più accreditate , il testo che conosciamo si articola in ventotto capitoli, ciascuno ulteriormente diviso in vari capoversi. Possiamo individuare due grandi parti:
- la prima, che comprende i capitoli da 1 a 7, narra la storia di Maria, da quando Anna, moglie di Gioacchino, rimane incinta per dono di Dio, al viaggio di Maria con Giuseppe verso “un paese lontano”, viaggio destinato, però, a una sosta forzata a Betlemme.
- La seconda parte, dal capitolo 8 al capitolo 28, racconta le vicende di Gesù dalla nascita a Betlemme sino all’arrivo a Nazareth. Questa seconda parte è tutta scandita da tappe cronologiche e geografiche: il viaggio conosciuto dai sinottici come la breve fuga in Egitto, diventa qui un percorso di dodici anni, che si snoda rapido attraverso la Palestina e il Sinai fino al Cairo per poi tornare lentamente verso la terra d’origine. Anche qui vengono ampiamente riportati episodi molto somiglianti a quelli dello Pseudo-Tommaso e dello Pseudo-Matteo oltre naturalmente a quelli del Vangelo dell'infanzia arabo siriaco. Interessante è l'immagine di Gesù che viene disegnata da questo testo: se da una parte viene sottolineata con forza la caratteristica umana del suo comportamento sottolineata da sentimenti diversi, spesso anche contraddittori, e da comportamenti burloni e irrispettosi, dall'altra parte salta agli occhi come questa immagine umana sia comunque posta accanto a poteri straordinari di dichiarata origine divina, accompagnati da sentimenti di generosità per guarire i malati, riconciliare persone che litigano, aiutare, dare consigli.
In particolare, il contenuto della seconda parte è così articolato:
- I capitoli da 8 a 13 presentano la nascita di Gesù nella “grotta” di Betlemme, la visita dei magi e le vicende di questi ultimi con Erode.
- Il cap. 14 vede la reazione di Erode, diretta, però, contro Zaccaria, padre di Giovanni il Battista.
- Con il lungo cap. 15 inizia la fuga della famiglia, composta da Giuseppe, Maria e Gesù ma forse anche da altri: in pochi versetti trascorrono due anni e la famiglia arriva al Cairo; qui vengono presentati i primi miracoli di un Gesù davvero precoce: aveva due anni e quattro mesi! Il viaggio poi continua sulla lunga via del ritorno.
- Nel cap. 16 Gesù ha quattro anni ed è impegnato in difficili rapporti con i coetanei. Non manca la sua prima comparsa davanti a un giudice per rispondere della morte di un amichetto: con un colpo di scena degno dei triller più celebri, Gesù risolve il caso ed è scagionato.
- Gesù ha cinque anni e tre mesi quando inizia il cap. 17: è il momento di vere e proprie magie, che gli valgono l’adorazione degli altri bambini.
- Pochi mesi dopo, all’età di sei anni, Gesù arriva in terra di Canaan: è il cap. 18, ancora popolato di magie, come quella famosa del passero di argilla, qui uno solo, che poi vola via. Intanto si manifesta il caratterino del Bimbo, buono ma anche dispettoso.
- I capitoli 19 e 20 vedono Gesù alle prese con le difficoltà dello studio, alla scuola di Gamaliele: ormai ha sette anni.
- Quando la famiglia giunge a Tiberiade, per Gesù arriva il momento di imparare un mestiere: ha ormai nove anni e due mesi e siamo al capitolo 21. Lo attende una strana esperienza professionale come apprendista tintore: il suo padrone non si fida, lo crede disobbediente e sulle prime si arrabbia e lo sgrida; inutile dire che il risultato finale è di grande effetto.
- I capitoli 22 e 23 trovano Gesù ad Arimatea. Ormai ha dieci anni e va molto in giro da solo, apparendo qua e là, operando miracoli e dando prova di grande scienza. Qui è di nuovo chiamato in causa per la morte di un bambino: è una delle non rare ripetizioni del testo dato che la narrazione è simmetrica a quella del capitolo 16.
- Il lungo dialogo con un lebbroso, poi guarito grazie a un miracolo, impegna Gesù nel capitolo 24.
- Il capitolo 25 è quello tanto atteso dell’arrivo a Nazareth: Gesù ha dodici anni e il viaggio finisce. Non lascerà più il paese fino all’età di trent’anni. Con questo capitolo la narrazione assume un tono più strettamente teologico, con temi come la missione futura di Gesù e l’incredulità (!) di Maria.
- Gli ultimi capitoli, da 26 a 28, toccano infatti più da vicino i problemi della fede, della Trinità e della duplice natura di Gesù.

3. PILLOLE DI INFANZIA: IL TESTO PIÙ DA VICINO.

[I, 4] Gioacchino le disse: «Anna, ti reco una lieta notizia: il Signore Iddio ha avuto compassione di me e mi ha guardato benignamente, promettendo di darci un figlio di benedizione». E Anna disse a Gioacchino: «Lieta notizia anche per te che ritorni: pure a me, infatti, il Signore ha promesso di dare quello che tu dici».
[II, 3] Quando furono trascorsi tre mesi il bambino balzò nel seno di sua madre e Anna, piena di letizia, disse in uno slancio di entusiasmo: «Come è vero che Dio vive, se avrò un figlio di benedizione, maschio o femmina, lo donerò al santo Tempio, per tutti i giorni della sua vita».
[II, 5] Ma Gioacchino, dopo aver presentato le sue offerte, prese un agnello e, fatta l'oblazione, lo sacrificò sull'altare, e tutti videro, inaspettatamente, una specie di latte bianco sgorgare dall’arteria invece del sangue. A quella vista i sacerdoti e tutto il popolo furono presi dalla meraviglia e dall'ammirazione, perché mai avevano visto un prodigio come quello che era avvenuto in quel sacrificio.
[II, 6] Il sommo sacerdote gli disse: «Hai visto il segno che il Signore ti ha mostrato, in nome del tuo bambino?». Poi disse ancora il gran sacerdote: «Il latte che è sgorgato da quelle arterie ha un significato per il tuo bambino: cioè che chi nascerà dal seno di sua madre sarà una femmina, una vergine impeccabile e pura. E questa vergine concepirà senza uomo e nascerà un figlio che sarà grande monarca e re d'Israele».
[II, 7] Quando la gravidanza di Anna fu di 210 giorni, cioè di sette mesi, improvvisamente, alla settima ora, Anna mise al mondo la sua santa bambina, il ventunesimo giorno del mese di Elul, che è l'8 settembre.
[III, 2] Maria aveva tre anni quando i genitori la portarono al Tempio, e vi rimase dodici anni. Dopo il primo anno morirono i suoi genitori e Maria provò grande dolore per il padre e la madre e ne portò il tutto per trenta giorni. Stabilita nel Tempio, Maria fu allevata ed educata alle attività femminili, come le altre giovinette degli ebrei che si trovavano con lei, finché raggiunse l'età di quindici anni.
[IV, 3] Effettivamente era consuetudine delle famiglie d'Israele, appartenenti alla tribù di Giuda e alla discendenza di Davide, di collocare le loro figlie nel Tempio, dove venivano custodite in santità e giustizia per dodici anni, in attesa del momento stabilito dal decreto divino in cui il Verbo sarebbe venuto ad incarnarsi in una vergine santa, pura e impeccabile, e divenuto esteriormente simile agli uomini avrebbe calpestato la terra con passo umano.
[IV, 4] E quando (il sommo sacerdote) diede a Giuseppe l'ultima tavoletta, sulla quale era scritto il nome della santa vergine Maria, ecco che una colomba, uscendo dalla tavoletta, andò posarsi sul capo di Giuseppe. Allora il sommo sacerdote disse Giuseppe: «A te tocca la vergine Maria. Prendila e tienila come tua sposa, poiché essa ti è stata destinata con santa decisione per essere unita a te in matrimonio, come ciascuna delle altre vergini a un celibe».

[V, 3] Ed ecco venne l'angelo del Signore e si avvicinò a lei, pur essendo chiuse le porte. L'essere incorporeo le apparve sotto forma corporale e le disse: «Rallegrati, vergine Maria, serva immacolata del Signore!». All'improvvisa apparizione dell'angelo, Maria prese paura e per il turbamento non fu capace di rispondere. Allora l'angelo le disse: «Non temere, Maria, tu sei benedetta fra le donne! Io sono l'angelo Gabriele, mandato da Dio per dirti questo: ecco che tu diventerai incinta e partorirai il figlio dell'altissimo. Egli sarà un grande re su tutta la terra». «Di chi parli tu?» domandò Maria, «e che cosa stai dicendo? Spiegamelo!». «Quello che ti ho detto» rispose l'angelo «l'hai udito dalla mia bocca: accetta la rivelazione del messaggio che ti ho fatto, e rallegrati». Maria disse: «Ciò che sento da te è di una novità sconcertante e mi riempie di stupore e di stordimento: io concepirò e partorirò come tutte le donne! Come succederà questo a me che non conosco uomo?». Le disse l'angelo: «O Santa vergine Maria, non avere di questi dubbi, ma cerca di capire quello che ti ho detto. Non succederà in questo modo. Infatti non vi sarà intervento di creatura umana: né di un marito né della volontà di un altro uomo , ma della potenza dello Spirito Santo, che abiterà in te e farà di te come gli piacerà». Disse Maria: «Ciò che tu mi dici mi sembra straordinario e difficile a credersi. Non mi posso convincere e rassegnare alle tue parole, perché i prodigi di cui tu mi parli sono stupefacenti a raccontarsi e inverosimili nella realtà. A sentirti parlare il mio cuore freme di paura e trema. Il mio animo è agitato dalla perplessità e io non so che risposta dare ai tuoi consigli». «Perché ti turbi perché trema il tuo cuore?», le disse l'angelo.
[V, 8] «Se è così come tu dici avvenga di me e secondo la tua parola!».
[V, 9] Nel medesimo istante che la Santa vergine diceva queste parole e si umiliava, il Verbo di Dio penetrò in lei attraverso l'orecchio, e la natura intima del suo corpo, da esso animata, venne santificata in tutti i suoi organi e i suoi sensi e purificata come l'oro dentro il crogiuolo. Ella divenne un tempio sacro, immacolato, dimora della divinità. In quel momento cominciò la gravidanza della santa vergine. Quando l'angelo aveva portato la buona novella Maria era il 15 di Nisan, cioè il 6 aprile, un mercoledì, alla terza ora.
[V, 16] Maria rimase con Elisabetta diversi giorni e confidenzialmente le raccontò per ordine tutto ciò che aveva visto e inteso dall'angelo. Elisabetta, vivamente sorpresa le disse: «Figlia mia [...] non dire a nessuno ciò che hai visto e udito. Non raccontare il fatto a nessuno dei figli d'Israele, per timore che, travisato da inutili chiacchiere, non si cambi per te in derisione, nemmeno a colui che si chiama tuo marito, perché tu non lo affligga ed egli ti ripudi».
[VI, 2] Maria, internamente eccitata, non sapeva che fare. Allora Giuseppe sedette sulla sua sedia e, osservando Maria con sguardo attento, vide che era incinta. Gettò un grido ed esclamò: «Ahimè! Che è riprovevole azione hai tu commesso!».
[VI, 6] Udendo queste parole, Giuseppe rimase scosso e fu preso da vivo turbamento. Rifletté un poco, poi disse: «Che fatto stupefacente e straordinario! Io non posso assolutamente capire e immaginare come avvengano cosa del genere [...]. Maria disse: «Fino a quando continuerai a muovere contro di me accuse ingiustificate? Non cesserai di coprirmi di oltraggi?». Rispose Giuseppe: «È che non posso resistere alla grande tristezza e all'afflizione che si sono abbattute su di me. Che farò di te, e che spiegazione darò a chiunque me ne domanderà? E ho paura che se la cosa si scopre e viene divulgata dalla voce pubblica i miei capelli bianchi saranno disonorati tra i figli d'Israele».

[VIII, 5] Stavano camminando in una fredda giornata d'inverno: era il 21 di Tebeth, cioè il 6 gennaio. Giunti in un luogo deserto, che era stato un tempo la città regia di Betlemme, alla sesta ora del giorno, che era un giovedì, Maria disse a Giuseppe: «Fammi scendere in fretta dalla cavalcatura; il bambino mi fa soffrire».
[VIII, 6] Ma poi Giuseppe scorse una grotta, abbastanza grande, dove dei pastori e dei contadini, che lavoravano nei dintorni, si riunivano e mettevano al riparo le loro greggi. Essi vi avevano anche fabbricato la mangiatoia per il bestiame, in cui davano da mangiare ai loro animali. Ma in quel momento i pastori e i bovari non c'erano, perché era inverno.
[VIII, 7] Giuseppe, pertanto, vi condusse Maria. La fece entrare, lasciò con lei sull'ingresso il figlio José, e riuscì per andare alla ricerca di una levatrice.
[VIII, 10] Quando si furono avviati, Giuseppe, mentre camminavano, le domandò: «Donna, dimmi il tuo nome». «Perché vuoi sapere il mio nome?», disse la donna; «io sono Eva, la prima madre di tutti gli uomini, e sono venuta a vedere con i miei occhi come si è operata la mia redenzione».
[IX, 1] Quando Giuseppe e la nostra prima madre giunsero là, si prosternarono con il viso a terra, ringraziando Dio ad alta voce ed magnificandolo con queste parole: «Benedetto sia tu, o Signore Dio dei nostri padri, Dio d'Israele, che oggi con questo avvenimento hai operato la redenzione dell'umanità e mi hai riabilitata, sollevandomi dalla mia caduta, e mi hai reintegrata nella mia antica dignità! Ora il mio animo si sente fiero ed esulta nella speranza di Dio Salvatore».
[IX, 2] E il bambino si levò per prendere il seno della madre, si saziò di latte, poi ritornò al suo posto e si mise a sedere.
[IX, 3] La nostra prima madre entrò quindi nella grotta, prese tra le braccia il bambino e cominciò ad accarezzarlo e ad abbracciarlo con tenerezza, benedicendo Dio, perché il bambino era straordinariamente bello a vedersi, con un volto splendente e radioso. Poi lo avvolse nelle fasce, lo depose la mangiatoia di buoi e uscì dalla grotta.
[IX, 4] «Sì», confermò Eva la nostra prima madre «la sua verginità è santa e immacolata». «Come hai potuto sapere che è vergine?» domandò Salomè [...]. Disse Salomè: «Per la mia vita, io non crederò mai alle tue parole se non avrò visto io stessa che una vergine, che non ha conosciuto uomo, ha messo al mondo un figlio senza intervento maschile. Allora la nostra prima madre, rientrata nella grotta, disse alla santa vergine Maria: «Mettiti giù per bene: è necessario, perché Salomè vuole provare e constatare la tua verginità».

[XI, 1] Ma tre giorni dopo, il 23 e di Tebeth, cioè il 9 gennaio, ecco che i Magi d'oriente, i quali erano partiti dal loro paese mettendosi in marcia con un folto seguito, arrivarono nella città di Gerusalemme dopo nove mesi. Questi re dei Magi erano tre fratelli: il primo era Melkon, re dei Persiani, il secondo Gaspar, re degli Indi, e il terzo Balthasar, re degli Arabi. I comandanti del loro corteggio, investiti della suprema autorità, erano dodici. I drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano 12.000 uomini: 4000 per ciascun regno. Tutti venivano per ordine di Dio dalla terra dei Magi dalle regioni d'oriente, loro patria.
[XI, 2] Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli Indi, Gaspar, aveva come doni in onore del bambino del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamono, dell'incenso e altri profumi. Il terzo, il re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose, zaffiri di gran valore e perle fini.

[XV, 4] Partiti di là, giunsero presso i confini dell'Egitto, a una città che si chiama Cairo [...] Gesù raggiunse due anni e quattro mesi.
[XV, 5] Gesù usciva fuori, si univa ai ragazzi e ai bambini più piccoli, per giocare con loro e partecipare ai loro discorsi. Egli li portò una volta nei punti più elevati, dove dagli abbaini e dalle finestre passavano i raggi del sole, e disse: «Chi di voi sarebbe capace di gettare le braccia attorno al raggio di luce e di scivolare di qui a basso senza farsi male?». «Nessuno di noi potrebbe farlo!» risposero essi. «Guardate tutti, allora,», disse Gesù, «e state attenti!». È Gesù, stringendo tra le braccia i raggi di sole formati di minuscolo pulviscolo, si lasciò scivolare fino al basso senza farsi male.
[XV, 13] All'inizio del nuovo anno -Gesù aveva allora tre anni e quattro mesi- ci fu un giorno una festa di Apollo.
[XV, 15] Gesù si trovava nel tempio di Apollo e stava esaminando attentamente quella statua intarsiata d'oro e d'argento, sotto la quale era scritto "questo è Apollo, il Dio creatore del cielo della terra, colui che dava vita a tutto il genere umano". Gesù fremette nel suo animo, uscì prontamente dal tempio e elevati gli occhi al cielo disse: «Padre, glorifica il tuo figlio, affinché tuo figlio glorifichi te!». Ed ecco che una voce scese dal cielo e disse: «Io lo l'ho glorificato e lo glorificherò di nuovo ».
[XVI, 5] Gesù aveva allora quattro anni. Giunto a questa età, il piccolo Gesù non restava più chiuso in casa, ma usciva con gli altri bambini e partecipava alle loro conversazioni. Ed essi gli correvano volentieri incontro e si prestavano a tutti i suoi desideri. Per la sua affabilità, egli condusse tutti ad essere d'accordo con lui, e grazie al fascino della sua parola divenne la guida e il capo di tutti i bambini.
[XVII, 1] [...] Gesù aveva allora cinque anni e tre mesi [...].
[XVII, 2] Gesù andava in giro dappertutto, nella città, e arrivato in un punto dove erano riuniti dei bambini, si sedette ad una fontana sul bordo dell'acqua e prendendo della polvere la gettava nell'acqua. I bambini vennero per bere e videro l'acqua cambiata in sangue e, tormentati dalla sete, si misero a piangere. Egli allora prese la brocca, la immerse nella fontana, attinse acqua e la porse loro. Poi, subito dopo, prendendo di nuovo acqua dalla fontana, la spruzzò su di loro e tutti i loro vestiti furono come tinti di sangue. I piccoli innocenti si misero a piangere davanti a lui. Gesù chiamò i bambini, con voce amorevole, passò la mano su di loro e disse: «Non piangete! Ecco, non ci sono più macchie sui vostri abiti!».
[XVII, 4] E come Gesù stese la mano sull'acqua, vi comparve una grande quantità di pesci. Egli ordinò ai bambini di prenderne, ed essi presero numerosi pesci. Poi raccolsero dei rami e quei rami si accesero senza fuoco. Essi arrostirono i pesci, li mangiarono e furono sazi. Presero ancora numerosi pesci e tutti se tornarono gioiosi a casa e raccontarono i prodigi che aveva compiuti Gesù.
[XVIII, 1] Gesù aveva sei anni [...]. «State attenti qui tutti, allora. Guardate!» disse Gesù. E prese in mano dell'argilla e fece un passero, soffio, è quello volò via.
[XVIII, 5] Un giorno Giuseppe e Maria tennero consiglio a proposito di Gesù dicendo: «Che faremo noi di lui, dato che a causa sua dobbiamo sopportare tanti fastidi?». Giuseppe disse: «Tu che lo domandi a me cosa pensi di fare di lui?». «Vedi che è diventato grande; va continuamente in giro, dovunque gli pare, e non rimane mai in casa. Se questa è anche la tua volontà, gli faremo esercitare la professione di scriba, perché sia messo alle dipendenze di un maestro che lo eserciti in tutte le specie di studi e nella conoscenza delle leggi divine, e così noi vivremo calmi in pace.
[XVIII, 6] Rispose Giuseppe: «Tu hai ragione. Sia fatta la tua volontà». Disse Maria: «Ma se non gli rimane più nulla da imparare, perché è già tanto bravo e capace di comprendere tutto, non si sottometterà al maestro».
[XXI, 3] «Che età ha?» domandò Israele. «Nove anni e due mesi» rispose Giuseppe.
[XXI, 7]. Messosi a far la lotta con questi, slogò loro il nervo della coscia e i ragazzi cadevano faccia a terra e non riuscivano più a stare ritti. Allora egli impose loro le mani e li rimise in piedi. Poi soffiò sul volto dei ragazzi e li fece diventare ciechi; ma subito dopo impose loro le mani e restituì la luce dei loro occhi. Ancora: prese in mano un pezzo di legno e lo gettò in mezzo ai ragazzi; quello si cambiò in serpente e li mise tutti in fuga. A quelli che aveva ferito colpendoli, impose le mani e li guarì. Introdusse un dito nelle orecchie dei ragazzi e li rese sordi, poi soffiò e restituì loro l'udito. Prese in mano una pietra, vi soffiò sopra e quella divenne incandescente come fuoco; allora la gettò davanti ai ragazzi ed essa fece bruciare la polvere della terra come un roveto ardente. Poi riprese la pietra in mano e la pietra trasformandosi ritornò nello stato primitivo.
[XXI, 8] Condusse i ragazzi sulla riva del mare è là prese una palla da gioco e un bastone, si mise a camminare ritto, con questi giocattoli, sulle onde del mare come su di una superficie gelata.
[XXI, 16] Appena se ne furono andati, Gesù uscì dal mare e si sedette su uno scoglio, lungo la riva, prendendo l'aspetto di un bambino. La gente della città lo interrogò dicendo: «Bambino, non hai visto Gesù, il figlio del vecchio?». «Non lo so», rispose Gesù. Poi prese l'aspetto di un giovanotto e gli domandarono: «Non hai visto il figlio di Giuseppe?». «No», rispose Gesù. Poi prese l'aspetto di un vecchio e gli domandarono: «Vecchio, non hai visto il figlio del vecchio Giuseppe?». «Non l’ho visto», rispose Gesù.
[XXI, 18] Entrò in casa, scoperchiò la tinozza, e trovò tutti i capi da tingere ammucchiati in quella tinozza che era di tinta azzurra. Quando si accinse a tirarli fuori, non mancava nulla all'elenco scritto dei capi e dei colori in cui aveva avuto ordine di tingerli. Constatò che tutti avevano preso colori diversi, secondo la richiesta che gli avevano fatto i proprietari.
[XXII, 1]. Gesù aveva allora dieci anni [...]. I ragazzi dissero: «Parlaci, perché noi siamo ignoranti e tu sembri istruito su tante cose!». Gesù rispose: «Io so tutte le cose, ma voi mi considerate forestiero e non accettate le mie parole, qualunque cosa io faccio».
[XXII, 3] I ragazzi andarono in città a raccontare i prodigi compiuti da Gesù. E Gesù prese la fuga, ma un giovanotto, avendolo scorto, lo afferrò di sorpresa, costringendolo fermarsi. Gesù si volse e gli soffio sul viso; immediatamente quello perdette la vista e con grande schiamazzo si mise gridare: «Gesù, abbi pietà di me!». Gesù gli posò una mano sugli occhi e gli occhi si riaprirono.
[XXIII, 1] Gesù andava in giro per tutto il territorio della città e si sedeva vicino ai bambini, dove questi si trovavano riuniti, tenendo loro lunghi discorsi. Ma essi non capivano quello che gli diceva.
[XXIII, 2] Una volta Gesù, guidando i bambini, li condusse presso il pozzo a cui tutta la città andava ad attingere acqua e, togliendo dalle mani dei bambini del loro brocche, le faceva urtare una contro l'altra o le sbatteva contro la pietra e poi le gettava dentro il pozzo. E i bambini non osavano più tornare a casa, per timore dei loro genitori. Gesù, vedendo che i bambini piangevano, li chiamò a sé e disse: «Non piangete, vi restituirò le vostre brocche». Diede ordine alle onde e quelle riportarono alla superficie dell'acqua le brocche intatte. Ciascuno dei bambini riebbe la sua, ed essi tornarono a casa e raccontarono i miracoli compiuti da Gesù.
[XXIV, 1] Gesù aveva dieci anni e andava in giro per la contrada.
[XXIV, 5] «Conosco un poco i fondamenti della legge!» Disse Gesù. Il lebbroso disse: «Mi sembra, allora, che dovresti aver letto spesso nei comandamenti di Dio come bisogna trattare i poveri e i bisognosi!». «Bisogna dimostrare a tutti misericordia e amore», disse Gesù. «Hai detto bene», commentò il lebbroso «e dato la giusta risposta. Abbi dunque compassione di me come hai detto e il dispensatore di tutti i beni che ne renderà merito».
[XXIV, 6]. Quando lo vide bagnato di lacrime, Gesù si commosse di lui e gli disse: «Avrò pietà di te» e contemporaneamente, stesa la mano, e prese una delle sue dicendo: «Alzati, drizzati sui tuoi piedi e va in pace a casa tua».

[XXV, 1] Un giorno, in una visione notturna, l'angelo del Signore apparve a Giuseppe e gli disse: «Levati, prendi il fanciullo e sua madre e va nella città di Nazareth. Fermati là e non allontanarti più. Ricostruirai una casa e vi dimorerai per lungo tempo, fino a quando il Signore Iddio, nella sua bontà, ti darà un avvertimento». Detto così, l'angelo partì da lui. L’indomani Giuseppe si levò, prese il fanciullo e sua madre e venne alla città di Nazareth, nella casa dove essi abitarono da allora in poi. Vi dimorarono 18 anni. Gesù ne aveva dodici e così raggiunse i trenta.
[XXV, 7] La madre scorgendo il figlio gli disse: «Dove sei andato tutto il giorno, mentre io, non sapendo che cosa fosse capitato, sto in apprensione per te che vai circolando da solo per località fuori mano?». Gesù rispose: «Che vuoi da me? Non sai che d'ora innanzi io devo percorrere il paese per verificare quello che è stato scritto di me? È per questo che sono stato mandato ». Maria disse: «Figlio mio, siccome tu per l'età sei ancora un ragazzo e non un uomo fatto, non andare così in qualunque luogo perché temo che succeda qualche disgrazia». «Madre mia», rispose Gesù, «le tue preoccupazioni non sono ragionevoli, perché io so bene tutto quello che sta per accadermi». Maria disse: «Non rattristarti per quello che ho detto; ma io sono ossessionata da cupi fantasmi e non so cosa fare!». Gesù domandò: «Che cosa pensi di fare a mio riguardo?». Maria rispose: «Ecco di che cosa sono in pena: noi abbiamo avuto cura di farti apprendere, durante la tua infanzia, tutti i mestieri e tu non ne hai fatto alcun profitto e non ti sei applicato a nulla. Adesso che sei diventato grande, che cosa intendi fare e come pensi di vivere su questa terra?».
[XXV, 8]. Udendo questo, Gesù fremette in cuor suo e disse a sua madre: «Hai detto cose assolutamente insensate! Non comprendi i segni e i prodigi che io opero davanti a te e che puoi vedere con i tuoi occhi stessi? Tu sei ancora incredula dopo tanto tempo che sono con te! Osserva i miei miracoli, considera tutto quello che faccio e abbi pazienza ancora un poco: vedrai tutte le mie opere compiute ma adesso la mia ora non è ancora venuta . Tu intanto rimani fermamente fedele a me».
[XXVI, 2] Gesù disse: «Sia pure, ma abbi soltanto fede e la tua anima vivrà ». «E come devo credere?» domandò Hiram.
[XXVI, 3] «Ecco» disse Gesù «io credo che c'è un Dio altissimo, il Padre, creatore di tutte le cose e credo al suo unico Figlio e allo Spirito Santo: trinità e divinità una e perfetta».
[XXVI, 4] Vedendolo piangere, Gesù gli disse: «O uomo, fammi tu la richiesta: cosa posso fare per te?». Hiram rispose: «Fai tu tutto quello che preferisci e gratificami di un tuo aiuto!». Gesù stesa una mano, prese una delle sue e gli disse: «Levati, drizzati in piedi e vattene in pace!». All'istante l'uomo fu guarito dai suoi mali.
[XXVIII, 1] Quindici giorni dopo avvenne che Gesù pensò di mostrarsi per un poco tra gli uomini. Mentre camminava lungo la strada, gli capitò di incontrare due soldati.
[XXVIII, 2] Uno dei soldati disse: «Tuo padre e tua madre sono ancora in vita?». «Sì», rispose Gesù. «Mio padre è in vita: egli è immortale». Il soldato disse: «Come, immortale?». «È immortale fin dall'origine», spiegò Gesù. «Egli è vivo e la morte non ha dominio su di lui».
[XXVIII, 3]. Gesù disse: «Io sono senza padre sulla terra e senza madre nel cielo. [...] Il soldato disse: «Quanti padri hai tu? E quante madri?». «Io ho soltanto il Padre», disse Gesù, «là e nessuna madre; ho soltanto la madre qui, e nessun padre». Il soldato disse: «Tu dunque dici: come mia prima nascita, sono nato da mio padre senza aver avuto una madre, e come seconda, sono nato da mia madre senza aver avuto padre». Gesù rispose: «Proprio così!». Il soldato commentò: «È davvero un prodigio! Ma dimmi un po': di chi sei figlio?». Gesù disse: «Io sono il Figlio unico del Padre, il figlio di mia madre e l'erede di tutte le cose ». [...] «Io sono con mio padre nel cielo e qui abito con mia madre, e sono insieme con lui per l'eternità».


4. FU VERO VANGELO?

La prima osservazione è molto immediata e non riguarda il contenuto del Vangelo dell’infanzia armeno quanto piuttosto ciò che non è contenuto: questo testo, come gli altri vangeli dell’infanzia apocrifi, non raccontano nulla su Gesù adulto, sul suo ministero, sulla sua morte e la sua resurrezione. Evidentemente ci troviamo in tutt’altra situazione: non si tratta di diffondere il primo annuncio né di sostenere la catechesi nelle prime comunità. Il dato essenziale del kerygma era ormai ampiamente condiviso e non occorrevano integrazioni o sottolineature aggiuntive. Tuttavia, il lettore si accorge subito che i fatti non narrati sono lì, presenti come in filigrana, o come un poderoso iceberg sommerso di cui si intravede a tratti solo la cima: la presenza di ciò che non è raccontato è evidente, a tratti forse addirittura ingombrante e, ai nostri occhi, rimane come un continuo termine di paragone. È dunque probabile che ci troviamo di fronte a opere che rispondevano a una esigenza precisa: la scelta di raccontare l’infanzia di Gesù e i fatti immediatamente precedenti aveva le sue ragioni. Forse occorreva una serie di specificazioni, una sorta di chiave di lettura utile a mettere in una luce particolare proprio gli eventi non narrati: quale soluzione poteva essere migliore che riproporre il racconto degli antefatti?
Se si ammette il collegamento del nostro testo con l’ambiente di Nestorio , possiamo senz’altro riconoscere nella prima parte il segno della polemica intorno alla figura di Maria. Ricordiamo che Maria già da tempo era chiamata con il titolo di qeotÒkoj, titolo destinato ad affermarsi definitivamente con il Concilio di Efeso. Sull’onda delle posizioni della scuola di Antiochia, un presbitero del seguito di Nestorio negò questo titolo suscitando forti reazioni. Il patriarca fu costretto a pronunciarsi e propose il titolo di CristotÒkoj, dando la stura ai contrasti che portarono alla convocazione del Concilio del 431 e alle condanne successive del 436.
Dal canto suo, il Vangelo dell’infanzia armeno si preoccupa di dare ampio spazio alla figura di Maria e al momento dell’annunciazione/concepimento. La soluzione adottata sembra portare i segni delle posizioni antiochene ma con un tono di compromesso, quasi un non pronunciarsi per salvare entrambe le possibilità: Maria è oggetto di predilezione divina fin dal suo concepimento, annunciato da una triplice apparizione dichiaratamente angelica, al padre Gioacchino, al sommo sacerdote Eléazar e alla madre Anna; l’evento, solennizzato proprio dal coinvolgimento della massima autorità religiosa, diventa poi di dominio pubblico con una grande festa mentre un fatto miracoloso precisa un dato altrimenti non scontato: il nascituro, che già esulta nel seno materno come farà il Battista in Lc 1, 44, sarà una bimba. L’intera infanzia della piccola è nello stesso segno: dal momento dello svezzamento, all’età di tre anni, viene portata al tempio e qui crescerà orfana e abiterà sino all’incontro con Giuseppe.
I problemi sorgono al momento dell’annunciazione. Lo spazio riservato dal testo è davvero ampio e, date le premesse, ci si aspetterebbe una Maria ancora più santa di quella tratteggiata da Luca. Invece, Maria, benché sostenuta da indubbia fede, è presentata come presa da paure e da dubbi. Paure e dubbi di certo funzionali alla narrazione perché consentono di introdurre numerosi dettagli assenti nelle narrazioni di Luca e Matteo; ma che evidentemente sono anche frutto di una esplicita scelta teologica, perché si ripresentano invariati anche nella seconda parte del racconto, quella su Gesù.
Così apprendiamo che Maria partorirà “il figlio dell’Altissimo”, formula questa diversa da quella di Luca , mentre tutto avverrà esteriormente nel modo più normale: «io concepirò e partorirò come tutte le donne!», replica sicura Maria. La differenza sta nella sua verginità, assicurata dall’angelo, ma soprattutto nell’ingresso in lei dello stesso Verbo di Dio per via auricolare. Questa trovata potrebbe essere letta nel segno delle concezioni antiochene: non si tratta di una vera e propria incarnazione ma di una sorta di coabitazione del Logos nell’uomo Gesù di Nazareth.
Un altro dettaglio non da poco conferma la scelta del testo per una immagine non esaltante di Maria: manca ogni riferimento al Magnificat tanto come inno esplicito che come atteggiamento della protagonista. Di fronte a Elisabetta, Maria sceglie addirittura un comportamento contrario: seguirà il consiglio della sua parente di tenere tutto nascosto per paura delle critiche della gente e delle reazioni di Giuseppe! Anche questo può spiegarsi con la convinzione che quanto sia accaduto in lei sia piuttosto un fatto estrinseco e non una vera e propria incarnazione.
Questo aspetto cristologico si può senz’altro ritrovare nella seconda parte del racconto, quella dedicata alle vere e proprie imprese di Gesù bambino.
Salta subito agli occhi il fatto che il testo dia continuamente riferimenti temporali e geografici. Data l’insistenza, viene da pensare che anche qui non siamo di fronte a una scelta casuale: i riferimenti ai luoghi visitati e alle varie età di Gesù servono a dare al racconto una progressione che altrimenti non si noterebbe. Il lettore attento può rendersi conto che se questi riferimenti non ci fossero i fatti narrati potrebbero essere del tutto contemporanei tra loro. Infatti, in ogni momento siamo di fronte a un Gesù burlone e dispettoso, indipendente fin dalle prime ore di vita, quando, appena nato, lascia da solo la mangiatoia per andare a prendere il latte dalla madre e poi torna per conto proprio nel giaciglio. All’età dei primi giochi si mostra anche come un bimbo a tratti gentile, disposto ad aiutare e pronto a rimediare agli effetti disastrosi dei propri scherzi (sordità, cecità, paralisi!). Ma è sempre così, a due anni come a dodici: manca ogni accenno concreto a una maturazione personale e a uno sviluppo della sua autocoscienza .
A conferma di questa impostazione è detto che egli sa della propria divinità: a tre anni è già in grado di pronunciare quella frase che Giovanni, nel suo vangelo, gli farà dire solo nella mirabile preghiera del cap. 17. E ottiene dal padre la risposta riportata dal testo giovanneo solo alla vigilia della passione. Poi, nello stesso contesto non esita ad affermare, in polemica con la madre: «Tutte le schiere di eserciti celesti degli spiriti angelici temono e fremono di fronte alla gloriosa potenza della mia divinità che dà a tutte le cose il dono della vita».
Sembra quasi che il testo voglia far emergere una sorta di ambivalenza nella figura di Gesù, una ambivalenza mai del tutto conciliata, anche se gli aspetti umani di lui vengono sempre prontamente soccorsi dagli interventi miracolosi.
Non pare, invece, che questa visione cristologica giunga fino a evidenziare tratti gnostici, che forse avrebbero messo da parte con più decisione gli elementi di umanità per dare maggior spazio ed enfasi alle tipiche concezioni cosmologiche di quel pensiero.
Ad ogni buon conto, quale che fosse l’orientamento teologico degli autori del Vangelo dell’infanzia armeno, resta un aspetto molto concreto: là dove i vangeli canonici sono del tutto privi o molto parchi di notizie, gli apocrifi abbondano di particolari. La prolissità a tratti anche noiosa del testo che consideriamo sembra proprio voler insistere su questa linea, quasi a rispondere a quella curiosità mai sazia nei confronti di Gesù che ognuno di noi conosce fin troppo bene.
Ritorna, perciò, una considerazione ben nota.
Il genere letterario “vangelo” è qualcosa di unico, profondamente diverso dai generi tipici dell’antichità in tema di biografie, esortazioni, miti. E una delle caratteristiche proprie di questo genere letterario tanto singolare sta nell’essere stato pensato per rendere il protagonista davvero incontrabile dal lettore attento e appassionato: nessun’altro genere di narrazioni riesce a suscitare l’incontro tra il lettore e il protagonista così come quei quattro libretti.
Ebbene, sono proprio i silenzi a dare ai vangeli canonici questa capacità. È la loro scelta di non esaurire il personaggio (per averne raccontato tutto o per averlo tutto raccontato) che lascia al lettore lo spazio dell’incontro, lo spazio della curiosità e del desiderio che, nell’attualità del Vivente, fa nascere un rapporto vero.
Questo non sembra possibile con testi come il Vangelo dell’infanzia armeno. Non sembra possibile proprio per la pretesa di esaurire storia e personaggio.
Osiamo dire, allora, che in senso proprio questo non è vangelo.



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